
Come career coach mi capita di lavorare spesso con clienti intorno ai 40 anni, che stanno navigando quella che viene comunemente detta “crisi di mezza età”.
Sono persone solide, compiute che si guardano indietro. Riconoscono che il percorso fatto è stato di spessore ma non vedono più ragioni per proseguirlo, perché “non può essere tutto qui”.
Per superare la crisi di mezza età, nelle sessioni di coaching lavoriamo per costruire un piano di transizione verso quel “qualcosa di altro”, quel “qualcosa di più” che, una volta definito, contiene una traiettoria di senso.
Perché la crisi di mezza età ha molto da insegnare.
E forse il punto non è tanto la crisi in sé, ma il fatto che non sappiamo che i momenti di cambiamento esistono e li possiamo attraversare con intenzione.
Solo che non ci avevano preparati a farlo, o non immaginavamo che sarebbe toccato anche a noi prima o poi.
Noi quelli integri, cazzimmosi, tutti d’un pezzo.
Eppure, siamo qui.
Intorno alla mezza età iniziamo a fare i conti con il tempo e a fare l’inventario.
C’è chi se lo vede sul viso, chi lo vede negli occhi un po’ più opachi dei genitori, chi vede gli amici avanzare nei progetti di vita, magari con figli o comprando casa e noi no.
C’è chi si trova in storie d’amore che volevano essere per sempre e invece sono finite, magari male, perché l’amore non basta.
Talvolta si fa anche esperienza della malattia o della morte.
E ci si sente piccini, impotenti e smarriti.
Qualunque sia la ragione o il pretesto scatenante, è come se ci svegliassimo di colpo dal sonno dell’automatismo adulto, quello del copione socialmente riconosciuto
–studia, lavora, costruisci, accumula –
e ci guardassimo intorno con un certo spavento.
Ma anche con una inedita lucidità.
Ed è qui che iniziano le domande serie in cui proviamo a smettere di raccontarcela:
“Ma io chi sono diventato?”
“Cosa voglio dai prossimi vent’anni?”
“Questa vita che ho costruito mi rappresenta ancora?”
È per questo che ok, la chiamiamo “crisi” per comodità e per capirci, ma non è esattamente la mia parola preferita.
Perché è più un risveglio.
È il momento in cui la parte più autentica di noi bussa alla porta della coscienza e ci chiede il conto di come abbiamo speso la prima metà della nostra esistenza.
Collegato all’inventario di cui abbiamo parlato sopra c’è un’altra dinamica.
L’improvvisa consapevolezza che il tempo a disposizione non è infinito.
E che forse abbiamo più anni dietro che davanti.
Se fino a qualche tempo fa potevi permetterti di rimandare,
di aspettare “il momento giusto”,
di accontentarti di situazioni mediocri che “tanto c’è tempo per cambiare”,
ora invece senti un’urgenza viscerale di investire il tempo che rimane in un modo che abbia senso.
Questa la sentono in particolare le persone che hanno sempre avuto l’urgenza del “poi”.
Quelle che a 5 anni, mentre tutti giocavano, si chiedevano cosa sarebbe successo dopo.
Quelle che non usavano i quaderni e i pennarelli nuovi se no finivano.
Questa urgenza, se ben canalizzata, può diventare un carburante potentissimo per il cambiamento.
Perché è quella che ti dà il coraggio di dire no a situazioni che non ti nutrono più e dire sì a possibilità che prima ti sembravano troppo rischiose.
Perché a questo punto non è più un tema di coraggio, ma è una questione identitaria.
Uno degli aspetti più disorientanti di questo periodo è che raggiungere gli obiettivi che avevamo da giovani non ci ha dato la soddisfazione che aspettavamo.
Molti di noi non erano neanche consapevoli che quelli fossero obiettivi. Semplicemente è andata così, ce la siamo vissuta senza pensarci troppo.
E spesso qui inizia il coro delle voci in testa che ti accusano di ingratitudine o di insoddisfazione cronica.
Provi a farci pace, e però rimane quella sensazione che qualcosa continua a mancare, che hai perso dei pezzi per strada ma non sai cosa cercare e dove.
Perché molte delle cose che volevamo a 20-25 anni erano basate su una versione di noi che non esiste più perché è cambiata, a volte senza che ce ne accorgessimo.
La persona che sei oggi, e la persona che vorrai essere nei prossimi anni ha dei bisogni, dei desideri e delle aspirazioni diverse dalla persona che eri.
E questo non è un fallimento: è l’evoluzione di un essere umano che cresce e cambia.
Prima di progettare la prossima parte di vita, è importante riconoscere e onorare quello che stai lasciando andare.
Con clemenza concediti di sentire un po’ di magone per le possibilità infinite all’epoca ti sembravano aperte e per la persona che eri prima di sapere quello che sai ora.
A seconda di come funzioni meglio, puoi immaginare di visualizzarti quando avevi 20 anni o scriverti una lettera che ti raggiunga indietro nel tempo.
Qualunque sia la tua modalità, ringraziati per le scelte che hai fatto, sorridi degli errori fatti e datti una pacca sulla spalla per il coraggio che hai avuto nell’affrontare l’ignoto, con molti meno strumenti di quelli che hai oggi.
Hai fatto tanto per arrivare qui, e non è stato tutto perso.
Molte persone si sentono perse perché continuano a cercare se stesse nelle versioni passate della loro identità.
E uno degli errori più comuni è cercare di fermare il tempo e tornare indietro.
Magari ti piaceva andare ai concerti, facevi 200km di notte perché non potevi prendere ferie e andavi poi direttamente al lavoro; ci riprovi oggi, ma alle 22 stai già sbadigliando, speri che finisca presto, e sotto sotto ti senti un rottame.
O magari volevi fare la carriera yuppie degli anni ‘80 – abito elegante, valigetta 24 ore e scarpe di vernice – e oggi un po’ ti vergogni di desiderare una vita che un tempo avresti definito “da sfigati”.
Prova quindi a chiederti:
“Chi vorrei essere se nessuno mi giudicasse?”
”Cosa posso fare per avvicinarmi a quella persona?”
La società tende a presentare tutto quello che viene dopo i 40 anni come una fase discendente.
E in Italia abbiamo un grandissimo problema con l’invecchiamento.
Ma torniamo a noi, e a quello su cui abbiamo controllo.
Visto che c’è ancora qualche decennio davanti a te, vale la pena – e il piacere – far sì che questi anni siano ricchi e significativi.
E che tu abbia o no pianificato la fase precedente, non importa.
Questo è il momento in cui puoi fare una pianificazione futura lucida e curata.
Perché ora hai dalla tua parte due cose: la saggezza dell’esperienza per fare scelte più consapevoli e l’urgenza del tempo.
Ecco quindi qualche domanda utile.
Quali esperienze vuoi vivere?
Quali competenze vuoi sviluppare?
Che tipo di relazioni vuoi coltivare?
Che contributo vuoi dare al mondo?
I parametri di successo che avevi in mente per la prima parte della tua vita potrebbero non essere più validi per la seconda parte.
Forse per te, oggi, il successo significa avere tempo per le relazioni che contano.
O far sì che il tuo lavoro abbia finalmente senso.
O contribuire a qualcosa di più grande di te.
O semplicemente sentirti in pace con le tue scelte.
O tutte queste cose insieme
Ecco quindi il passaggio cruciale da fare.
Ridefinisci, con clemenza e onestà intellettuale, cosa significa successo per la persona che sei oggi.
Non per quella che eri o per quella che gli altri si aspettano che tu sia.
Perché è proprio da qui che puoi partire con una bussola nuova per navigare i prossimi anni con intenzione e chiarezza.
Se stai attraversando questo periodo di ridefinizione, sappi che non sei in crisi.
E non stai fallendo, o buttando via tutto, o facendo passi indietro.
Stai evolvendo.
La confusione che senti è il segnale che qualcosa di nuovo sta nascendo.
E come ogni nascita, richiede tempo, pazienza e un po’ di fiducia nel processo.
Quest’ultima parte so che è difficile: sono un’impaziente ed ero anche io una di quelle bambine che non usavano le cose nuove e si angustiavano per cosa sarebbe successo dopo.
Però un po’ di fiducia – in te soprattutto – te la devi.
La prima parte di vita ti ha portato qui.
La seconda ti porterà dove davvero vuoi andare.
Ci sentiamo presto.
Nel frattempo, fai scintille