
L’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro?
A cosa serve la filosofia e cosa c’entra con l’intelligenza artificiale?
Un nuovo umanesimo digitale è quello che ci serve per non farci rimpiazzare dall’intelligenza artificiale.
Ovunque online si parla dei posti di lavoro che saranno cancellati e sostituiti dall’intelligenza artificiale (AI); tra questi, l’analisi Forrester afferma che il 25% dei lavori saranno automatizzati nel 2025.
Dove si trova l’intelligenza artificiale?
È già qui: ad esempio si basano sull’AI
- Google Maps, che ci dice anche i percorsi alternativi perché “sa” che c’è traffico su una certa strada;
- i suggerimenti di quello che potrebbe piacerci, sulla base delle nostre preferenze, molto usati da Amazon, Netflix e Spotify;
- la ricerca vocale e la dettatura che facciamo ai nostri dispositivi – i miei non hanno ancora capito che ho l’erre moscia 🙂
- l’allerta frode della banca, che quando rileva movimenti anomali ci avvisa.
Guardando alla nostra storia, in passato ci sono già state molte ondate di innovazioni e automazioni, che hanno avuto impatto sui lavori di routine, spostando i lavoratori da un’industria all’altra.
Contrariamente a quel che si può pensare, dove c’è stata automazione si è avuto invece un aumento di lavoro, dovuto alla domanda nascente di altri bisogni collegati, spiega David Autor, economista al MIT, in questo articolo sull’Economist.
Infatti, l’automazione ha un risvolto positivo molto importante, cioè che aumenta il valore dei lavori che possono essere fatti solo dall’uomo, e che sono connessi ai tratti emotivi, emozionali propri dell’umanità.
Con questa prospettiva, il vantaggio economico di risparmio sulle risorse umane è vantaggioso solo nel breve termine ma non nel lungo.
La vera assunzione di responsabilità a cui siamo chiamati noi tutti, istituzioni, decisori, aziende globali, è capire se e quando vale la pena sostituire l’uomo con la tecnologia, e quali sono le implicazioni sociali del cambio.
Sicuramente il progresso tecnologico e l’intelligenza artificiale hanno delle implicazioni anche sulla formazione delle persone, sia degli studenti sia di chi lavora.
C’è bisogno di formazione aggiornata sulle nuove tecnologie e si deve pensare a
nuove forme di erogazione della formazione più efficaci, con un piano di sviluppo competenze a più livelli.
Da qualche anno si sono affermate le piattaforme online di formazione a distanza (MOOC: Massive Open Online Course) che hanno il vantaggio di portare le lezioni delle Università più prestigiose al mondo ovunque ci sia una connessione – e la volontà – di seguirli. Coursera, Udacity, Treehouse e Lynda, solo per citarne qualcuna.
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In aggiunta alla formazione tecnica, è cruciale dare adeguato spazio alla formazione umanistica e filosofica, che per la sua trasversalità, ci insegna a fare le domande giuste, e a cercare delle risposte coerenti.
Quali sono le implicazioni etiche dell’automazione?
Fino a che punto possiamo dirci umani?
Quanto l’automazione cambia le politiche di welfare e la geopolitica mondiale? E le migrazioni?
Ma più banalmente:
Quando una notizia è vera o falsa?
Lo studio della filosofia e dell’etica diventa allora fondamentale per tutti i soggetti:
– per il programmatore dell’automazione, chiamato a fare delle decisioni valutandone le conseguenze.
– per i singoli, che devono essere consapevoli e sapere dove è il valore umano e cosa non sono disposti a cedere;
– per i brand, che devono definire i loro valori prima di essere travolti dall’onda.
Conclusioni
L’attitudine a definire se stessi (persone e organizzazioni), imparare, disimparare e reimparare, è fondamentale perché il mondo è sempre più interconnesso e complesso e i confini di automazione e umano sono in continuo divenire.
Un’altra cosa utile da fare è smettere di antropomorfizzare i dispositivi: sono computer, non persone.
Don’t call it “she”. It’s a computer, not a person.
E una delle certezze su cui possiamo contare è che siamo esseri umani e che abbiamo il dovere di coltivare la nostra umanità per migliorare in quello che è proprio del nostro essere.
Altri link interessanti:
New York Times magazine.
Inc.com
Ancora l’Economist